[Da “Dalla città verticale alla città orizzontale: da Blade Runner a Strange Days”]
La biosfera secondo William Mitchell
Esiste un rapporto diretto tra il senso di sicurezza provato dagli uomini e lo spessore dei muri degli edifici e il passaggio dalla pietra al cemento è segnato da un assottigliamento progressivo dell’unità minima costruttiva.
La città del futuro sarà composta da punti, ma questi non avranno più la consistenza di quel materiale pulverulento:l’unità minima delle architetture future sarà il bit, ovvero un’entità invisibile e immateriale.
Fino a non molto tempo fa, quando il mondo appariva più semplice, "gli edifici corrispondevano univocamente alle corrispondenti istituzioni e le rendevano visibili": le chiese per i fedeli, le scuole per gli studenti e le carceri per i detenuti; vi era cioè una complementarietà tra vita, mattoni e malta simile a quella tra guscio e lumaca.
Ma ora che il software batte l’hardware e che "tutto ciò che è solido si scioglie nell’aria", che tipo di città avremo?
Il ruolo dell’architettura è stato fin qui quello di “rappresentare” lo spazio umano rendendo leggibile l’organizzazione e il potere sociale, operando "la tradizionale distinzione urbana tra i principali edifici pubblici e commerciali, da un lato, e le zone abitative relativamente uniformi e ripetitive dall’altro".
Ma se le tecnologie informatiche cambiano tutta una serie di abitudini quotidiane, come saranno fatti gli agglomerati urbani del futuro?
Gli edifici saranno diversi: "diventeranno interfacce di computer e le interfacce di computer diventeranno edifici; alle planimetrie e ai materiali di costruzione si affiancheranno così i software e le configurazioni di interfaccia, all’integrità fisica dei sistemi strutturali quella logica dei sistemi computerizzati.
Il compito di progettisti ed urbanisti sarà di costruire la biosfera, cioè un "ambiente mondiale, mediato elettronicamente, in cui le reti sono ovunque, e la maggior parte dei manufatti che funziona all’interno di esso, avrà capacità di intelligenza e telecomunicazione".
Alla fine di questo processo, la biosfera si sovrapporrà ai paesaggi agricoli e industriali abitati da secoli dall’umanità: "la rete è il sito urbano che ci fronteggia, un invito a progettare e costruire la città dei bit [la capitale del XXI secolo], proprio ,come molto tempo fa, una stretta penisola accanto al Meandro divenne sito di fondazione di Mileto".
Il punto di partenza di Mitchell è un indirizzo telematico su Internet, quello dell’autore, che spiega come il proprio recapito non sia più legato ad un luogo, quanto ad un punto d’accesso che si trova in un qualunque sito nella rete, la quale a sua volta, è sostanzialmente antispaziale: nega la geografia dei luoghi fisici a vantaggio della topologia definita dai nodi. E non è solo lo spazio a modificarsi con l’uso dell’informatica, ma anche l’idea di tempo: per ora le città funzionano solo a ritmo degli orologi produttivi e seriali [automobili, treni, fabbriche, uffici, scuole…],mentre l’asincronia elettronica produrrà entro breve effetti sempre più spettacolari sulla vita delle città e degli agglomerati urbani. La città asincrona è quella in cui tutto è possibile in differita: qualunque cosa può cioè succedere in ogni tempo.
Lo studioso australiano non prende posizione su questo, non è un suo obiettivo, ma si limita ad elencare i problemi che esisteranno [o già esistono], molti dei quali, altro non sono che la riformulazione di antiche questioni. Eppure è evidente che il modo di pensare lo spazio di Mitchell, materia prima degli architetti, pone problematiche nuove a questa disciplina, lo spazio virtuale di cui si parla nel suo libro “la città dei bits” è infatti uno spazio bidimensionale, lo stesso messo in evidenza dall’apparizione della “geometria frattale” di Benoît Mandelbrot.
Paul Virilio insiste sul fatto che il cyberspazio non è un gadget, ma un fatto concreto per milioni di individui e mentre altri – forse la maggioranza – continuano a pensare lo spazio che abitano e percorrono ogni giorno nei termini della prospettiva quattrocentesca, i parametri pratici ed estetici che l’hanno creato sei secoli fa, non esistono più.
Gusci bidimensionali
La Glass Video Gallery di Gröningen, in Olanda, progettata da Bernard Tshumi, è un parallelepipedo trasparente, issato su lame di cemento. Le superfici vetrate sono tenute insieme da graffe anch’esse di vetro.
La sensazione che si prova stando fuori è che l’edificio scompaia, non ci sia più.
A Eberswalde, in Germania, Herzog & de Meuron hanno realizzato la Technical School Library imprimendo sulle pareti della scatola di cemento serigrafie, così che il visitatore abbia la percezione di una vasta pelle tatuata.
L’estensione aggiunta al museo del Palais des Beaux-Art di Lille è trasparente; da fuori si individuano perfettamente i colori rosso e oro dell’interno, e contemporaneamente sulla facciata si specchia l’edificio neoclassico.
Superficie, strato, guscio, tessuto, le nuove architetture realizzate a partire dagli anni novanta, sembrano sperimentare la bidimensionalità. Dietro la progettazione di nuove architetture, si nasconde l’uso dell’informatica: "[*Paul Valery] le forme architettoniche progettate nello spazio del computer sono simili a corpi che si muovono nel tempo".
È un nuovo paradigma legato al tema della superficie. La cultura architettonica ne ha scoperto il valore quale spazio di flussi, scambi e movimenti. L’assoluta mancanza di profondità è il segno del postmoderno. Se fino agli anni ottanta l’idea prevalente nella cultura e nell’architettura era quella di lavorare con il frammento, inteso come resto di una totalità andata in frantumi, opera incompiuta, [ben rappresentato dai Supermercati Best di Huston e Sacramento] che mimavano la propria demolizione, nel corso degli anni Novanta si è invece sviluppata "l’idea di giungere ad un trattamento più omogeneo della forma e dello spazio" [*Alicia Imperiale: nuove bidimensionalità.tensioni superficiali nell’architettura digitale]
Architetti come Perrault, Piano, Suzuki, Venturi, Nouvel concepiscono le facciate come pellicole sensibili all’immagine, superfici che possono comunicare, grandi schermi che competono con cinema e televisione.
Nel progetto iniziale del Beaubourg, Piano e Rogers, all’inizio degli anni Ottanta, avevano pensato ad un grande schermo in multivisione, poi scartato.
Una delle discipline che acquisterà un’importanza sempre maggiore in futuro sarà
l’ “archigrafia”, cioè l’uso della scrittura sulle superfici pubbliche a scopo informativo, come intrattenimento, come necessità puramente estetica.
L’edificio in quanto tale tende sempre più a scomparire a favore di una performance continua della sua “pelle”.
Lo studioso di geografia Bernard Cache ha sottolineato come l’immagine assuma una assoluta priorità rispetto all’oggetto, sia esso una lampada o il museo Gugghenheim di Gehry. Bisogna pensare l’immagine non più come l’immagine dell’oggetto, bensì come "l’immagine di tutte le costrizioni dalla cui combinazione l’oggetto è creato"; non c’è più un modello da imitare, quanto piuttosto la possibilità di pensare e simulare infinite forme dell’oggetto con il computer. È solo la nostra capacità di fabbricare immagini attraverso la simulazione dello schermo a decidere quale forma dare alle superfici che compongono l’oggetto.
Lars Spuybroek e Kas Oosterhuis hanno progettato nel 1994 un padiglione temporaneo che ha la forma di un grande verme di colore argento. Attraversa due zone d’acqua, una salata ed una dolce. All’interno si ha la sensazione di abitare uno spazio curvo, non euclideo; ci si sente smarriti, come dentro un sogno o un film di fantascienza.
Nell’architettura domina la dismisura; prima di tutto delle città, di cui è sempre difficile individuare i confini, il punto in cui iniziano o finiscono.
Ma anche un edificio come il museo ebraico di Berlino, opera di Daniel Libeskind, produce il medesimo effetto: la forma è data dall’incontro di due linee, una continua e tortuosa, e una dritta ma spezzata in molti frammenti, dentro uno spazio vuoto.
Uno degli aspetti più sorprendenti della contemporaneità è che lo spazio non sembra più esistere per essere abitato, ma per essere percorso: "piuttosto che radicarsi le società si frantumano, si mescolano, si attraversano, si sradicano".
Mille sono i motivi: la ricerca di una sicurezza economica all’inquietudine, dalla nostalgia al desiderio di diventare nomadi.
Mentre il movimento moderno, quello incarnato da un architetto come Le Corbusier, aspirava a razionalizzare la forma delle città, a trasformarle in mega macchine efficienti ed ordinate.
Oggi urbanisti ed architetti prendono atto del carattere labirintico, dinamico, caotico delle città, flusso continuo di persone, oggetti, informazioni,coabitate da tempi e spazi differenti [si può essere sincroni con la città che lavora o si diverte, o asincroni, rovesciando il ritmo
giorno-notte.
Tutto ciò che è solido svanisce nell’aria, ha scritto Karl Marx agli arbori della contemporaneità.
Blade Runner: città verticale
In Blade Runner asettiche gerarchie di potere si isolano in grattacieli di astratta bellezza, mentre sotto scorre un mondo confuso, che mescola le tracce di oriente e occidente, di noir e fantascienza, di volute liberty [il Bradbury Building] e di razionalità decò [il Tyrell Building].
Ma il nemico è ancora circoscrivibile nella sfera del potere, e l’avversario è ancora [classicamente] qualcuno nel quale ci si può rispecchiare, e che ancora merita l’onore delle armi e della stima.
Blade Runner è un noir girato in una città futura, immaginata sui dati del presente. E il suo intreccio ha tutta l’armonia della narrazione noir.
La fantascienza di Ridley Scott ha un merito: quello di suggerire riflessioni e discorsi forse non sempre propriamente, strettamente cinematografici, ma culturalmente importanti per una comprensione, etica prima che estetica, di ciò che siamo e che saremo.
Scott ha il dono di arrivare – e spesso di arrivarci visivamente – al cuore di domande che stanno fra lo storico-culturale e l’ontologico.
La concezione dello spazio in Blade Runner
La ricca, caotica multirazzialità della megalopoli di Scott, si attiva e si propone nel gioco imprevedibile e variegato di vuoti e di pieni, dove i
pieni sono cavi, dietro al quale trovano spazio per celarsi i veri protagonisti della pellicola [spazio privato e spazio pubblico].
La levigatezza delle costruzioni-soprattutto la struttura piramidale della Tyrell Corporation – trova immediatamente il suo opposto nell’anfrattuosità dei loro interni, esaltata da alcuni elementi luministici. Scott ha colto perfettamente la natura e il senso
della metropoli in relazione allo spazio privato.
In Blade Runner l’interno diventa cavo, non spazio di vite ma spazio unicamente simbolico, senza dunque quella personalità che la casa deve esprimere.
Allo spazio quasi senza mobilio [almeno questa è la sensazione] della Tyrell, fa riscontro quello domestico, stipato di oggetti, è vero, ma senhza alcun termine di individuazione, di personalizzazione, magazzino-inventario di frammenti biografici che non marcano di alcuna reale biografia chi vi abita.
Lo spazio intimo familiare è qui completamente svanito.
Esso non è nemmeno più l’intérieur indicato da Walter Benjamin come il luogo in cui si costituisce il privato: "in esso [l’uomo privato] raccoglie il lontano e il passato".
L’intérieur è qui degradato a cavo. E come scrive ancora Benjamin, "l’epicentro reale dello spazio vitale si trasferisce nell’ufficio".
Non a caso gli spazi impressionanti e solenni del film sono piuttosto quelli, amplissimi, delle stanze rappresentative, ufficiali che paiono gli unici ad essere, sia pur occasionalmente, abitati, [ma che in realtà soccombono anch’essi alla spersonalizzazione nell’enormità stessa della loro cavità].
CONCEPT PROGETTO SULLA CITTÀ
Stazione come luogo di sospensione
Il mio progetto parte da una considerazione personale sui luoghi che caratterizzano la città. Tra tutti, mi ha affascinato la stazione, luogo di passaggio, luogo di emozioni, attesa, solitudine.
E osservando le persone che lo vivono spesso soltanto per pochi minuti, ho trovato una corrispondenza tra il viaggio e l’astrazione all’interno della città.
Il mio obiettivo vuole essere quello di cogliere, attraverso i piccoli squarci di vita, le espressioni più diverse delle persone, gli sguardi, i suoni, etc…, l’atmosfera che avvolge questo luogo, che io reputo molto interessante, anche per spiegare un aspetto della città.
Una volta raccolto il materiale e averlo elaborato e sviluppato in forma di video o semplicemente audio, vorrei poter fare delle proiezioni all’interno del luogo stesso.
Questo per creare anche una sorta di interattività con le persone, in quanto protagoniste/ osservatrici.
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