Ganesh Pyne – l’artista onirico -

In queste righe vorrei stimolare il vostro interesse nei confronti di uno dei principali artisti contemporanei dell’India, Ganesh Pyne (fig.1), che, nato a Calcutta l’11 giugno del 1937, ha attraversato i grandi cambiamenti artistici e soprattutto sociali del subcontinente indiano negli ultimi settant’anni.
Formatosi al Governement Art College di Calcutta, Ganesh Pyne inizia la sua carriera artistica come illustratore di libri per bambini e di cartelloni per gli spettacoli di Jatra, una forma di teatro popolare tipica del Bengala.
La produzione artistica di Ganesh è da ritenersi un mosaico fatto d’immagini illusorie, apparizioni che ingannano l’occhio, stuzzicano la mente, che si aprono all’improvviso su aree sconosciute della memoria, una realtà vista con lo sguardo innocente di bambino. Ciò affonda le sue origini nell’infanzia del pittore, che trascorrendo molto tempo in solitudine, si lasciava trasportare dall’immaginazione; egli amava ascoltare la nonna che recitava nel buio, i versi dei poemi medievali del Bengala, i Mangala ed i Charya Pada. Il giovane poteva udirne solo la fievole voce emergere dalle tenebre e ciò dava modo alla sua mente di creare immagini di avventurosi viaggi in terre sconosciute, popolate da uomini, divinità ed animali mitologici. Tale atmosfera illuminante è una costante della produzione artistica di Pyne, il quale ci porta nel mondo dell’aldilà, dell’eternità ed allo stesso tempo c’immerge negli inferi delle aspirazioni, delle intuizioni e dei sogni repressi. Nei suoi dipinti, la luce è un fattore importantissimo, poiché anima ed illumina l’immagine dell’illusorio, cadendo su di una faccia, un tessuto, focalizzandosi sulle porte e finestre di una casa o sulle fauci di una tigre (“Teeth”,fig.2), lasciando il resto avvolto dall’oscurità (qui si percepisce l’influenza della pittura di Rembrandt e di altri grandi maestri occidentali, studiati dall’artista nella sua formazione al Governement Art College). L’importanza dell’illuminazione viene espressa al meglio mediante l’utilizzo della tecnica a guazzo, grazie alla quale Ganesh costruisce la trama della tela, applicando come per l’acquarello tanti strati di colori trasparenti che sembrano risplendere da dentro come le tessere di un mosaico bizantino. Ciò rende l’immagine mutevole, penetrante nell’io più profondo di colui che ne fruisce, per rimanervi come ricordo permanente ed immacolato.
Nei lavori di Pyne s’incontrano elementi trattati con una certa frequenza come animali scheletrici, una candela, una lampada ad olio, una barca, il fiume, l’oceano. Questi ultimi due, in particolare, vengono utilizzati dal pittore per descrivere la Maya, l’inganno della vista, il velo d’illusione che impedisce all’uomo comune di contemplare la realtà ultima dell’Universo poiché imprigionato nella sua quotidianità materiale. L’acqua ha un forte valore nell’immaginario dell’artista, essendo l’elemento primordiale in cui sono conservati i segreti di vita e morte. L’acqua, infatti, può essere fonte di vita come in “Drinking Beast” del 1974 (fig.3), dove contrasta la brutale violenza umana rappresentata dalla freccia che trafigge l’animale, ma anche legata al viaggio verso la morte, verso l’illuminazione, verso l’ignoto, dove il mare all’orizzonte si confonde con il cielo, come accade in “The Blue Boat” (fig.4) del 1983, opera dedicata al mistico indiano Shri Chaitanya, vissuto in Orissa nel xv sec.
Alla fine degli anni Sessanta, quando la fama artistica di Pyne inizia a crescere sia in India che all’estero, grazie alla vendita di alcune sue eccellenti opere, egli progressivamente comincia a chiudersi in se stesso, riluttante nel vendere i propri dipinti. Questa chiusura interiore è una reazione al mutamento sociale legato alle forti ondate di violenza che travolgono l’India in quegli anni, dovute al movimento Naxalita, alle ostilità tra i vari partiti politici ed alla guerra per la liberazione del Bengala, iniziata nel 1971. Nel mezzo di tutti questi cambiamenti, Ganesh Pyne intraprende un percorso artistico con cui cerca di distogliere la propria mente dalla cruda realtà che lo circonda, per non sprofondare nel panico. Attraverso la mitologia ed un simbolismo estremamente personali, egli esprimere lo stato di terrore che percepisce, osservando impotente le serie di mutilazioni ed omicidi che travolgono il paese. Il dipinto che meglio esprime, grazie alla sua potenza, il clima violento degli anni Settanta è “The Assassin” (fig.5), del 1979. Nell’opera, un uomo avvolto in un saio, impugna una spada sguainata per metà. In alto a destra, giace distesa una donna ingioiellata e senza testa, mentre all’estremità inferiore della tela si scorgono delle reliquie fossilizzate.
Gli anni ottanta iniziano con un profondo lutto, la morte del fratello maggiore a seguito di una lunga e logorante malattia. Ciò provoca in Pyne una grande crisi introspettiva che ne limita fortemente la produzione artistica. L’opera intitolata “Relics” (fig.6) del 1982, tributo al fratello scomparso, trasmette al fruitore un’atmosfera sospesa, senza tempo, in cui si svolge l’eterna battaglia tra morte e vita eterna, esprimendo al meglio il difficile periodo vissuto dall’artista. Gli elementi presenti nel dipinto raccontano una storia legata al trascorrere del tempo, al sentimento, alla fantasia, alla bellezza, all’estasi ed alle riflessioni sull’idea di morte. Sebbene questi temi siano già presenti nei primi lavori dell’artista di Calcutta, tuttavia ora sono tradotti in un linguaggio di pura forma.
Gli anni Novanta vedono la consacrazione di Pyne tra i grandi dell’arte indiana, e nel 1998 egli riceve il premio alla carriera presso la Vishva Bharati University di Santiniketan.
Lo stile dell’artista è sempre più introspettivo e nelle sue opere si percepisce l’esigenza di esprimere i disagi della società indiana contemporanea (“The Dancer”, 1993, fig.7, “The Masks”, 1994, fig.8)) che, fortemente ortodossa e legata ad una complicata struttura castale, deve ora fare i conti con la globalizzazione proveniente dall’occidente.
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