Thursday, 30 November, 2006

La prima puntata del “gemellaggio” Accademia/ISIA è iniziata con uno scambio di magliette, un’iniziativa che ha sorpreso e provocato una risata divertita, com’era nelle intenzioni, al fine di ironizzare sulla “storica” rivalità tra i due istituti.
Una volta rotto il ghiaccio in questo modo, l’incontro ha preso il via con l’esposizione di Mauro Bubbico, grafico che ci ha parlato della realtà in cui vive e lavora, quella di Matera e della Basilicata.
L’intervento è iniziato con una panoramica su vari argomenti e ricerche che ha realizzato di recente: da un luogo dedicato all’ascolto in un piccolo paesino della sua terra, al manifesto contro l’aids che ha suscitato tante polemiche, alla raccolta di pittogrammi ripresi da scatole e imballaggi di ogni genere. Il discorso si è poi concentrato sul concorso che lo ha impegnato durante l’estate e che ha dato vita a una serie di vicissitudini.
Il concorso riguardava la progettazione del marchio e dell’immagine coordinata del Parco Nazionale dell’Alta Murgia che lui definisce un parco “rurale”, nel senso che, diversamente dai parchi tradizionali, comprende anche campi coltivati, insediamenti umani.…dunque pone problemi di delimitazione oltre che di segnaletica. Il marchio da lui progettato, ideato come una serie di figure a stencil, da poter applicare con molta facilità su varie superfici, nasce da suggestioni molto legate a questa terra in cui Mauro vive e lavora; tra queste, la texture dei muretti di pietre a secco che scandiscono un paesaggio caratterizzato da ampi orizzonti. Nonostante sia molto adatto allo scopo e si rifaccia nello stile ad esempi eccellenti di immagine coordinata, il marchio non vince il concorso; partono così l’interesse e la solidarietà di tanti che chiedono di applicarlo e farlo proprio.
Dunque il concorso come possibilità per esprimere una creatività senza il condizionamento di chi di solito commissiona il lavoro. Altri temi trattati tra quelli che stanno molto a cuore di Mauro Bubbico sono stati il tentativo di modificare l’atteggiamento delle istituzioni nei confronti della comunicazione grafica e l’idea che quest’ultima possa intervenire sul territorio ed essere davvero utile alla gente.
L’incontro si è concluso con la presentazione di alcuni lavori, sul tema dei conflitti tra oriente e occidente, realizzati da degli alunni di Bubbico al Politecnico di Bari.
- Lucia



foto by raffa & dan
Sunday, 26 November, 2006

Il tema della spiritualità che quest’anno impegna il corso a volte ci porta a cercare la spiritualità nelle vie più inaspettate. Io l’ho cercata anche ne “Il Decalogo” di Krzysztof Kieslowski. Dieci episodi, uno per ogni comandamento. Per chi crede che abbia fatto l’errore di cercare la spiritualità nella religione sbaglia. Kieslowski nella sua opera mette i dieci comandamenti sul piano etico. In una palazzina, sempre presente nei film si intrecciano dieci storie, che dimostrano l’ineluttabilità del disegno. In una visione kafkiana della vita, i personaggi costruiti e delineati con la maestria del grande regista, vanno in contro alla vita senza rendersi conto di essere vittime del “disegno”, che ha gia previsto per loro un intreccio di casualità e incontri che ci portano a riflettere sulla nostra esistenza, che viene guidata dal caos di incontri e casualità che ci portano in una direzione piuttosto che un’altra. “Il Decalogo” fa dei comandamenti degli spunti di riflessione, ma non nella visione cristiana o biblica alla quale siamo abituati. Alla fine la presenza di dio scompare per lasciare posto alla dura realtà. Gli insegnamenti dei comandamenti ti portano su un’altra strada.
Nel primo film, sul primo comandamento “io sono il signore dio tuo. Non avrai altro dio al di fuori di me”, un uomo ha come suo dio un computer al quale affiderà la vita del proprio figlio. Il risultato sarà la morte del figlio. La reazione dell’uomo sarà quella di rovesciare l’altare di una chiesa. Per tutti sarà scontata la morale che l’unico dio possibile è quello intelligibile, che ci ricompensa e ci punisce a seconda della nostra condotta. Nella realtà la morale sta nel fatto che affidarsi ad un dio piuttosto che un altro non può cambiare l’ineluttabilità del disegno. Se invece del computer, l’uomo, si fosse affidato al dio cristiano, il bambino sarebbe morto lo stesso e lui avrebbe rovesciato lo stesso l’altare della chiesa. Questa rimane comunque la mia lettura. Quindi la spiritualità sta su altre strade. Tutti e dieci i film dimostrano la validità di ogni comandamento e allo stesso tempo ne negano la validità. Tutto è relativo e cambia a secondo dei casi. Il disegno è il protagonista segreto. Nell’ultimo episodio, i figli di un collezionista di francobolli, perdono per la loro avidità tutta la collezione del padre. Dopo diventano anche loro collezionisti, isolandosi dal resto del mondo. La casualità li ha portati a cambiare la loro vita dandogli una forte direzione. Hanno forse violato il comandamento? A mio parere si, ma nella misura che serviva ala regista per decidere che la loro vita da quel momento avrebbe preso una direzione diversa. Quindi il regista e lo sceneggiatore sono gli scrittori del “disegno” di quelle vite. Questo è l’insegnamento o meglio la riflessione che lascia “Il Decalogo” di Kieslowski. Allora la domanda nasce spontanea: chi ha scritto il “disegno” delle nostre vite? E tutti gli interrogativi che si porta dietro. Chi sono? Chi sono quelli che mi stanno intorno? Dove sto andando? Perché? Allora non sono libero? etc… etc…
Domande che rimarranno senza risposta ma alle quali cercheremo di rispondere per tutta la nostra vita.
Per il resto “Il Decalogo” è una dei più grandi capolavori della regia che abbia mai visto. Ogni fotogramma è frutto di elaborati pensieri e grande progettazione. Le storie sono cucite tra di loro con grande maestria. La presenza della palazzina che diventa bacino di storie, come viene in parte svelato nell’ottavo episodio, rende l’idea un unicum di grande valore. Da vedere almeno una volta nella vita.
p.s.: per chi si chiede perché io abbia citato solo il primo e l’ultimo episodio, la risposta è che il resto ve lo dovete vedere!
- giovanni
Tuesday, 21 November, 2006

Si è conclusa domenica la 10° mostra Internazionale di Architettura presso la Biennale di Venezia; il tema presentato quest’anno: “Città tra Architettura e Società”.
In un mondo dove ormai la maggior parte degli individui è principalmente insediata all’interno di vaste aree metropolitane, dove il termine metropoli assume un ruolo quasi riduttivo, in quanto potremmo tranquillamente parlare di “megalopoli” (basti pensare che un secolo fa appena il 10% degli abitanti del pianeta viveva nelle città; secondo le Nazioni Unite questo dato è propenso ad aumentare tanto da stimare che entro il 2050 potrebbe raggiungere il 75%), comprendere gli effetti di questa crescita sugli esseri umani e sull’ambiente è ormai una necessità.
Architetti e urbanisti si trovano di fronte ad una situazione che prevede una riconfigurazione delle aree urbane, attorno a tutta una serie di realtà da affrontare che riguardano l’aspetto climatico, il nostro rapporto con i diritti umani, la giustizia sociale e la dignità dei miliardi di persone che si trasferiranno nelle metropoli; questo è l’obiettivo con cui si apre la 10° Mostra Internazionale di Architettura.
La parte principale dell’esposizione è stata allestita alle corderie dell’Arsenale, dove vengono presentate altre due esposizioni oltre a “Città Architettura e Società”: “Città – Pietra” e il nuovo “padiglione Italiano”.
Di rilevante interesse la prima esposizione presso le corderie: “Città Architettura e Società”, dove vengono esaminate ben 34 metropoli contemporanee da San Paulo, Bogotà, Joannesburg (sud Africa) a Città del Messico, Londra, Barcellona, New York sino a Milano, Torino, Genova, Tokyo etc. Di ogni singola metropoli viene fatta un’analisi completa e accurata, estrapolandone il “DNA” a livello infrastrutturale: trasporti, rete idrica, stradale, il tutto messo in rapporto alla situazione economica, sociale ed ambientale, con rapporti sul territorio grafici, interattivi, video, artistici, progetti futuri e elaborazioni grafiche.
Un percorso interattivo che guida all’interno delle città più grandi del mondo con Tokyo e Città del Messico al primo posto.
Capire quanto e come queste città si stiano evolvendo è di rilevante importanza, in quanto rappresentano il cuore pulsante del nostro pianeta.
Una simile analisi concettuale è stata fatta all’interno della serie di visiting e conferenze “GUARDALONTANO” presentate e organizzate presso l’Accademia di Belle Arti di Urbino negli anni accademici 2004 -2005 e 2005 – 2006 all’interno delle quali architetti, urbanisti, designers, artisti e fotografi discutono sul tema della città; il cui intento è stato quello di offrire momenti e spunti di riflessione.
- Dan
Monday, 13 November, 2006

Il percorso di determinate ricerche mi ha portato ad incappare in questo articolo di Massimo Cacciari pubblicato su Famiglia Cristiana, in cui viene fatta un’analisi (personalmente) sconvolgente e più che mai veritiera (a mio parere), della città e di come essa possa influire sulle identità contemporanee di chi la vive e molte volte cerca di sfuggirvi.
È interessante come il tema di GUARDA LONTANO 1 e 2 si colleghi a quello di GUARDA LONTANO 3 e delle tematiche affrontate ultimamente sulla Identità a lezione, in questo articolo.
Città a misura d’uomo – Massimo Cacciari
- dedo
(foto © Matt Siber)
Saturday, 11 November, 2006

Recentemente mi è capitato, per ragioni differenti, di frequentare Beppe Chia.
Ci siamo trovati sul lavoro, sull’insegnamento e su altri temi, stiamo condividendo l’organizzazione di Guarda lontano / 3 e abbiamo altri progetti in cantiere.
Gli ho chiesto di pubblicare un suo testo scritto a poche ore dalla sua elezione a presidente Aiap.
//
[...]
Siamo sommersi dal visivo ma al progetto della “visibilità”, della nostra facoltà “di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi” (come scrive Italo Calvino) non si manifesta nessuna attenzione. Una illustrazione per l’infanzia, il disegno di un carattere, la pagina di un giornale, una sigla televisiva, la segnaletica di un ospedale sono espressione della nostra anima. Ma dell’anima dei nostri figli nessuno se ne preoccupa.
Oggi è sempre più difficile parlare di progetto e se se ne parla raramente si affrontano le questioni che stanno a monte del progetto stesso. La tecnologia ha esportato la propria procedura fuori dalla macchina. Progettare è diventato spesso eseguire un software senza rendercene conto. Si misura si quantifica il problema e si risponde, nel modo più veloce, con il programma che si dispone . Dove è finito il “sentire”? Su quale base diciamo mi piace? È giusto? Molte delle nostre competenze grafiche sono state fortunatamente inglobate nei software, ma il tempo che ci hanno liberato come lo usiamo?
La nostra professione è profondamente coinvolta in tutto questo e per questo si trova in un momento di fermento, trasformazione profonda. l’Aiap dotata di sensori molto radicati sul territorio (i soci) non può che reagire a queste condizioni. Queste reazioni si sono misurate in termini quantitativi all’assemblea di Perugia (record di presenze, record di candidature…) in termini qualitativi nel programma proposto, un programma ricchissimo condiviso da tutti che affronta la nostra professione da tutte le prospettive senza risparmiarsi le zone d’ombra, senza paura di sporcarsi le mani, senza nord e senza sud.
Questo programma è nato perché molti soci si sono “domandati” e “ascoltati”, hanno messo da parte le auto-riflessive affermazioni ego-grafiche e hanno visto la nostra professione con una coscienza espansa, ambientale delle proprie azioni progettuali. Questa capacità all’ascolto, che le scuole non praticano da anni, è un problema della nostra professione, che ha portato i grafici ai margini dei processi decisionali che li riguardano.
Il programma esprime chiaramente questa inversione di tendenza, ognuno con le proprie attitudini continua a sforzarsi di dare un senso al tutto, nella sua posizione si fa carico (più o meno consapevolmente) di responsabilità enormi che neanche i governi, subalterni alla complessità tecnologica e al potere della scienza, sono in grado di accollarsi. La sfida è alta, vale la pena rifletterne…
Beppe Chia
Capita raramente, ma a volte succede.
Ci si trova. E basta.
Condividiamo la strada, ma siamo in cerca di compagnia.
- sign
Wednesday, 8 November, 2006

…il colore è un mezzo per influenzare direttamente l’anima. Il colore è il tasto. L’occhio è il martelletto. L’anima è un pianoforte con molte corde.
L’artista è la mano che, toccando questo o quel tasto, fa vibrare l’anima.
È chiaro che l’armonia dei colori è fondata solo su un principio: l’efficace contatto con l’anima.
Questo fondamento si può definire principio della necessità interiore.
(Vasily Kandinsky)
Quando un’opera nasce dalla necessità interiore (o per rifarci al precedente post, dalla necessità di indagare se stessi) di chi lo crea, risulterà necessariamente un “oggetto” impermeato di spiritualità per chiunque lo osservi?
È sufficiente che un’opera nasca dalla necessità interiore perché tutti coloro che ne vengano in contatto possano percepirla (la spiritualità)?
È possibile riscontrare spiritualità in opere nate con intenti diversi da quello della ricerca della necessità interiore (la pop-art ad esempio, non si pone il problema della spiritualità rappresentando il suo opposto, l’assenza totale di essa?)?
L’inizio dei corsi ha portato con se domande sul nostro lavoro (e quindi su noi stessi), domande che invece di trovare risposte ne fanno fermentare di nuove, in un vortice che ci porta sempre più nel profondo della questione; parzialmente disorientati ci rendiamo conto di essere solo all’inizio e speranzosi ci auguriamo di trovare una risposta almeno a qualcuna di esse lungo il cammino…
- Manuel&valentina