accademia di belle arti di urbino
via dei maceri 2, urbino (pu)
tel. +39 0722 320287.
i servizi di segreteria
sono attivi dal lunedì al sabato,
dalle ore 8:30 alle ore 13:30.
Wednesday, 31 May, 2006

Santo o trans?

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Si sa, lo abbiamo detto più volte, ed è stato messo su carta: la grafica è dappertutto.

Siamo circondati da scritture, segni e più genericamente da comunicazione.
Ne siamo immersi.
La nostra è una civiltà della parola, non dell’immagine.
C’è chi sostiene che la forma delle lettere è la struttura della grafica, ma spesso e volentieri queste diventano la rappresentazione di inconsci problemi di identità.

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Tuesday, 30 May, 2006

La guerra di Peter

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Un pomeriggio simpatico e ricco di calore quello passato a palazzo Santa Chiara, smangiucchiando accanto un genio del cinema dall’aspetto pacato e l’occhio attento, tra una enigmatica messa in scena dai ragazzi di Arteteca ed una proiezione sudata di videoarte, comunque stimolante.
Poi Peter ha preso la parola e seppur ingannati sulle prime dal suo simpatico accento inglese, é giunta alle orecchie una lunga sentenza di morte, talmente inaspettata che gli intepreti si passavano la palla tra loro incespicando in un italiano quantomeno creativo.

Al cappio il Cinema. A parere suo appena poco più di un decennio ancora ed il cinema sprofonderà dal suo attuale stato catatonico alla morte definitiva. A più di un secolo dalla sua nascita, il cinema pare un tossico strafatto in fondo a un vicolo cieco. Per non parlare del suo fratellino europeo che dopo l’exploit degli anni settanta, con la scomparsa ultima di Fassbinder,  é rimasto vittima del commercio d’organi a stelle e strisce.
Il cinema in punto di morte perché, molto semplicemente, nessuno più va al cinema. Riflettendo sulle argomenatazioni sciorinate dal genio, é difficile non trovarsi daccordo. Innanzitutto il problema essenziale é che i tempi sono cambiati ed il cinema é da un pezzo che non ci sta più dietro. Pensiamo solo a come il cinema lo si fruisce: stare per circa 2 ore se ci va bene seduti al buio a fissare uno schermo. Un modo di partecipare ad un evento che se era rivoluzionario ai tempi dei fratelli Lumiére oggi è quantomeno disumano, perché la mentalità del pubblico é cambiata. È innegabile che nuovi linguaggi tra cui la televisione e la rete abbiano raggiunto una maggior complessità formale dei contenuti ed un più forte rapporto con chi ne fruisce. A differenza del cinema, che almeno da 25 anni, con un atteggiamento snob si tiene a distanza cercando di mantenere inalterato il suo status.
Il cinema sta morendo perché è (o é reso) passivo nei confronti della vita, costretto a  perpetuare stereotipi, metadone hollywoodiano per noi che di cinema godiamo. Occore quindi aprire gli occhi ed aggiornare il sistema nel complesso agendo su due fronti: stabilire un nuovo rapporto tra il pubblico e lo schermo da un lato, incentrando la sperimentazione sui punti cardini della cultura contemporanea dall’altro, la multimedialità e l’interattività. Come ogni mezzo di comunicazione ha la necessità intrinseca di reinventarsi per essere efficace con i tempi, é necessario che anche il cinema venga rimesso in discussione con l’ausilio delle nuove tecnologie.
E Peter sorridente fece più stretto il nodo al cappio, affermando che dopo un quasi un secolo, sarebbe anche l’ora di vederlo un “film”, dopo esserci farciti le retine di “testi illustrati”.(..e il neurone cozzò con l’altro facendo affiorare il saggio della Wolf sul cinema, citato da Pierantoni l’ultima lezione…scritto non proprio l’altro ieri..)

Con un secolo di bagaglio visivo alle spalle, il pubblico è pronto ora per avanzare verso una nuova fase in cui azzardare nuove forme di linguaggio. Il gap essenziale da risolvere è la mancata conoscenza delle sperimentazioni audiovisive precedenti, assai fallace se non del tutto inesistente. Se le manifestazioni underground da una situazione clandestina sono riuscite infine ad affermarsi come fenomeno di massa, per il cinema non è stato così semplice. Con il risultato ancor oggi, a suo dire, di una ripetizione ciclica (e noiosa) di esperimenti estetici già effettuati. E seppur ammettiamo la nostra giovane ignoranza, forse quel sapore di già visto altrove assistendo alla selezione di videoarte non era colpa della cicca… Va da sé in effetti, che una maggior consapevolezza del pregresso è indispensabile per non distruggere agli occhi di chi vedrà ed interagirà, l’autorialità del “nuovo cinema”.

Verso un cinema diverso e libero da schemi, la cui prerogativa non sarà piu dare un’univoca visione del mondo ma quella di (ri)avvicinarsi al corpo. Il cinema del futuro sarà così il risultato di un diverso approccio all’audiovisivo in cui indispensabile sarà smontare il monolite del lungometraggio. Verso un linguaggio sicuramente più frammentato ma in cui il pubblico avrà la possibilità di decidere attivamente del proprio tempo, portando forse a risultati estetici che oggi é difficile immaginare. La rinascita del cinema in un joypad?

Marx & Vale

Friday, 26 May, 2006

GUARDA LONTANO / 2 [qualche considerazione finale, ovvero: come e cosa progettare per il prossimo anno, ovvero: chi si ferma è perduto, ovvero...]

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[avvertenza]
Le conferenze sono finite.
Abbiamo smontato lo stendardo, tolto i cavi nell’aula magna e in questi giorni toglieremo anche le grafiche allestite sulle scale.
Le primissime impressioni sono state di “liberazione fisica”.
Si, perché innanzi tutto sono stati giorni molto intensi e faticosi.

[...]
Mauro Bubbico è arrivato un giorno prima. Fortunatamente.
Abbiamo trascorso insieme più tempo del previsto e ci è sembrato, subito, poco.
Abbiamo riempito le ore di racconti, di progetti.
Mauro è un artista sensibile a tutti i fatti della vita e li riporta tutti nel suo fare: le sue tasche sono sempre piene. Ho in mente le sue grafiche, le sue serigrafie di cerchi, di segni semplici, ancestrali. Ho in mente la purezza di un professionista.

Guido Scarabottolo è un poeta e del poeta usa i ritmi e i toni.
In una realtà che predilige alzare la voce, Guido usa i sottovoce.
Nel vederlo per i saliscendi di Urbino ho intravisto il passo del camminatore, lento ma deciso.

Pier luigi Cervellati ha, come suo solito, provocato e scosso le menti degli studenti.
È riuscito a creare un dibattito che ancora ora non accenna a spegnersi.
La sua presenza, elegante, precisa, reazionaria (uso una sua definizione), ha lasciato un segno, e lui, dopo aver creato voragini, ha, delicatamente abbandonato la sala.

Gli 01 hanno portato il loro carico di irriverenza.
Hanno riempito il loro pulmino di doni reali e virtuali, veri o falsi, sani ed infetti e li hanno distribuiti, lanciati, diffusi.
I Secessionisti viennesi dicevano: “Ad ogni tempo la sua arte. Ad ogni arte la sua libertà”.
Eccoli.

Vittorio Bergamaschi ha sorpreso.
Ha sorpreso il suo fare sempre a cavallo tra lavoro su commissione – inserito nelle logiche del mercato e della pubblicità – e quello più prettamente artistico fatto di progetti di residenza. L’uno rimanda sempre all’altro in un rapporto simbiotico di confronto e stimolo continuo.
Se per Cervellati sono le persone che tengono vive le città, per Vittorio sono i segni che ci lasciamo dietro e quindi sono le assenze delle persone che definiscono i luoghi e che hanno la forza di raccontarci.

Sandra Lischi ci ha regalato esempi di grande creatività.
Ha confermato l’idea che lo sguardo dell’artista riesce ad andare più in profondità, riesce a guardare più lontano.
Alla Lischi va dato merito di essere tra i pochi a continuare a parlare, con grande sapienza, delle pratiche della videoarte.

E infine grazie all’Accademia che continua a darci la possibilità di sperimentare ed inventare occasioni di confronto (e divertimento).
Grazie soprattutto a chi ha ripreso, montato, equalizzato, fotografato, scritto, incollato, attaccato, diffuso e più semplicemente partecipato.

Ora la fatica è stata riassorbita, rimane la felicità di aver ascoltato storie molto stimolanti e la sensazione di aver conosciuto persone speciali.
Rimane la serenità e la consapevolezza che fare le cose al meglio è un nostro dovere e che guardare lontano è il nostro compito.

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Wednesday, 24 May, 2006

La via verde

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Sabato 27 il regista Peter Greenaway incontrerà artisti, studenti e cittadini allo spazio Arteteca di palazzo Santa Chiara a Modena. Ogni cittadino è invitato a portare sotto il portico una pianta della propria casa, mentre commercianti ed esercenti indosseranno magliette confezionate per l’occasione, con la scritta “Thanks Peter”.
Tra i vari appuntamenti della giornata segnaliamo il dibattito con l’autore (dalle ore 20:00) condotto dal Prof. Piero Deggiovanni, docente di Storia dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Bologna.

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Monday, 22 May, 2006

SANDRA LISCHI / Città in metamorfosi

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Venerdì 19 Maggio, conferenza di chiusura del ciclo GUARDA LONTANO / 2: intervento di Sandra Lischi.
La sua conferenza/lezione inizia con la spiegazione della possibilità di percepire la città tramite il cinema ed il video in due maniere differenti. La prima è strettamente legata agli albori del cinema ed al relativo entusiasmo di inizio secolo riguardo il progresso, il movimento e di conseguenza la città. Essa è considerata come un luogo della meraviglia, dove la modernità ed i primi spostamenti veloci (introduzione del concetto moderno di ritmo), sono un continuo stimolo visivo.
Esemplari sono i lavori di Legèr e Vertov (“l’uomo con la macchina da presa”), dove lo spostamento ritmico ed il continuo osservare la folla e la metropoli, rimandano appunto al concetto di città-occhio, l’osservazione meravigliata della città. La metropoli è vista come un organismo, vive e cresce.
Pian piano si sviluppa un’altra concezione della città: la città-ventre. La metropoli diventa qualcosa di oscuro, sotterraneo che inghiotte la moltitudine, l’uomo comincia a sentirsi anonimo e solo nella folla. E’ l’utopia negativa di Lang in Metropolis, la città-sogno è decaduta: la città-incubo ora si insinua nella concezione urbana dell’uomo.
Un altro fondamentale aspetto trattato da Sandra Lischi, è la differenza tra video e cinema. Come Philips afferma, il cinema può essere paragonato alla scultura marmorea, statica e magnifica, il video alla modellazione dell’argilla, espressiva, malleabile e plastica. Ecco che il video si presta maggiormente alla descrizione della molteplicità della città, del suo movimento e della sua stratificazione della memoria. La descrizione documentaristica non è più efficace, bisogna scavare più a fondo. E’ quello che fanno artisti come Pennebacker, il quale “ritrae” un viaggio in metrò, lasciandosi influenzare dalle visioni e percezioni di un movimento attraverso il ventre della città. Ancora su questo aspetto plastico e fluido della città lavorano videoartisti e registi come Gianni Toti nel suo Planetopolis, espressione di una mutazione di grandi proporzioni della città, oppure Greenaway, che utilizza le immagini del caos urbano per rappresentare l’inferno dantesco per la serie televisiva TV Dante.
Sul concetto di anonimo singolare, l’uomo solo in rapporto con la motitudine della folla, tornerà Robert Cahen in Hong Kong Song, profondo viaggio nella metropoli (o megalopoli) orientale.
Oltremodo interessante al ricerca filmica di Jem Cohen, il quale cerca di ricostruire una falsa storia di New York, attraversando le ere geologiche tramite immagini urbane, partendo dalla preistoria fino all’era spaziale.
Un altro lavoro mi ha particolarmente colpito (anche perchè anch’io nel mio piccolo ho tentato questa strada…) è quello di Klier. Utilizzando le immagini meccaniche delle telecamere di videosorveglianza, realizza un video senza nessun uomo dietro la macchina da presa. Ormai lo sguardo “umano” di Vertov è stato sostituito dalla narrazione dello sguardo non intenzionale delle macchine, che ci sorvegliano continuamente.

- zane

Thursday, 18 May, 2006

LORENZO ROMITO / non pervenuto

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Sfortunatamente oggi non si è tenuta la conferenza di Lorenzo Romito.
Non abbiamo avuto sue notizie.
Chi ne abbia traccia è pregato di farci sapere qualcosa.

- zane

GUARDA LONTANO / Contributi

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Sono disponibili on-line sul sito www.campivisivi.net, tutti i contributi audio, video e fotografici, relativi al ciclo di conferenze GUARDA LONTANO / 2.
Si possono trovare estratti video di ogni conferenza, interviste audio scaricabili di ogni relatore ed inoltre numerose immagini che documentano i visiting e l’allestimento.
Già disponibili i contributi di Bubbico, Scarabottolo, Cervellati, 0100101110101101.org e Bergamaschi, e presto termineremo gli ultimi estratti multimediali.
Il sito è quotidianamente aggiornato, vi invito come sempre a restare collegati.

- zane

VITTORIO BERGAMASCHI / Paesaggio umano

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Il lavoro fotografico di Vittorio Bergamaschi si caratterizza dall’uso di varie tecniche e supporti, che gli permettono di sperimentare diverse possibilità espressive.
Egli parte dal presupposto dell’impossibiltà di utilizzare tecniche fotografiche tradizionali per descrivere la situazione attuale della città, definita da una perdita della dimensione geografica urbana e dalla grande diffusione della periferia, comportando una dispersione umana sul territorio. Non è più possibile scindere la fotografia paesaggistica dalla fotografia architettonica.
Le immagini scattate da Bergamaschi si concentrano sul recupero delle tracce umane, di persone che hanno abitato luoghi ormai abbandonati, ancora intrisi dalla presenza dell’uomo.
Un bellissimo esempio è il lavoro che ci ha presentato realizzato nella città di Liverpool. Bergamaschi ha esplorato gli ultimi due palazzoni popolari di una serie di 70, ormai quasi tutti rasi al suolo, a causa di uno spopolamento generale della città, provocato dall’ascesa economica di altre due città del Regno Unito, Leeds e Manchester, le quali hanno soppiantato il predominio economico di Liverpool mantenuto negli anni precedenti. Bergamaschi ha lavorato su due livelli: il primo con un banco ottico, con la sua caratteristica sfocatura, catturando appartamenti abbandonati e completamente vuoti, ricercando le presenze di persone che non li abitano più. Il secondo livello è composto da una serie di scatti fatti con una macchina digitale, che raffigurano oggetti e dettagli presenti negli appartamenti, tracce di persone repentinamente svanite.
L’uomo non viene quasi mai fotografato, catalizza troppo l’attenzione dello sguardo, fa parte dell’immaginario estetizzante degli anni ‘90, ormai inadatto alla rappresentazione della città contemporanea.
Su queste idee si basa un altro lavoro, realizzato nella città di Sarejevo. Lo scopo di Bergamaschi non è di far vedere i segni della guerra, tutt’altro, è un concetto che non gli appartiene, la sua attenzione si concentra ancora sulle tracce delle presenze umane. lo sguardo della macchina fotografica è basso, ad altezza uomo, le architetture sono tagliate, l’orizzonte è alto. Il risultato è un’ efficacissimo spaccato di come i luoghi vengono abitati.
Un sapore molto grafico emerge dal lavoro realizzato ispirandosi a dei testi di Boeri (direttore di Domus), nel quale implementa dei testi con delle sue immagini, quasi come se fossero degli appunti visivi, in stretta relazione con la parola scritta.
Una di queste frasi in particolare sintetizzano in maniera esemplare l’evoluzione espressiva di Bergamaschi: “non servono grandi viaggi nello spazio, bastano le tracce dell’uomo per rappresentare la nuova essenza della città”. Una città schematizzabile come una spirale senza fine.
Molto suggestive le immagini realizzate con una vecchia polaroid, raffiguranti una stazione sciistica abbandonata dell’alta Corsica. Immagini evanescenti di una realtà extraurbana, anch’ essa disabitata, popolata non da uomini ma da elementi architettonici fatiscenti, a tratti fantastici, che spezzano il paesaggio montano e inducono ad un approccio diverso nel guardare.

- zane

Wednesday, 17 May, 2006

0100101110101101.ORG / azionismo mediatico

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Sicuramente la conferenza degli 0100101110101101.org, era una delle più attese, senza alcun dubbio la più attesa per quanto mi riguarda.
Da diversi anni seguo con interesse il loro lavoro, e ieri è stata una grande occasione per incontrarli.
Sotto molti aspetti non hanno tradito le aspettative: si sono presentati in asettica tenuta monocroma nera, lanciando t-shirt di una loro performance sulla folla, presentando se stessi ed il loro caratteristico approccio al mondo dell’arte.
Hanno da subito messo in chiaro l’ambiguità del loro operato. Partendo dal titolo del loro intervento, “azionismo mediatico”, riconducibile a due concetti in antitesi tra loro: azione e mediazione. Con il primo si intende un concetto di contatto, richiamando il movimento dell’azionismo viennese, il quale ha indagato molto sul corpo. Con mediatico si intende un richiamo alla distanza che intercorre tra l’emittente ed il ricevente di un messaggio.
Eva e Franco Mattes (questi il loro nomi anagrafici…), hanno precisato di non lavorare isolati, bensì si coordinano con diversi titpi di artisti e professionisti (e legali…).
Inoltre hanno spiegato due diversi livelli di comunicazione con il pubblico che affrontano nelle loro azioni: un primo livello che consiste nel colpire indiscriminatamente una parte di pubblico, senza selezione, evitando la nicchia del mercato dell’arte. In una seconda fase invece, tendono a rivolgersi ad un pubblico consapevole, quindi con riferimenti culturali e sociali ben precisi.
Tutto ciò finalizzato ad esprimere un dissenso verso un mercato dell’arte ormai saturo, ed ad una riappropriazione di icone e concetti facenti ormai parte della cultura collettiva.
Nascono così i tre progetti che ci sono stati illustrati.
Il primo, Biennale.py, realizzato nel 2001, consiste in un virus presentato alla biennale di Venezia, nel cui codice è insita una poesia visiva che narra di una persona che va ad una festa con lo scopo di riprodursi, esattamento ciò che fa un virus, per conservarsi si duplica e si riproduce in ogni file. Il virus contagia e si diffonde in varie macchine (talvolta la gente crede soltanto che abbia infettato il proprio computer), finchè la symantec (quella di norton antivirus) non lo cataloga e lo blocca. Così per preservarlo gli 0100101110101101.org, creano delle macchine perpetue che vengono infettate e cancellano il virus in continuazione, garantendone l’esistenza.
Un altro lavoro che ci è stato presentato è “united we stand”, una campagna promozionale del 2005 per un action movie che non vedrà mai la luce (forse), in cui si pone l’ Europa come salvatrice del pianeta, soppiantando il ruolo degli U.S.A…scenario inverosimile di un’ipotetica guerra oriente-occidente. Ovviamente il mondo non è culturalmente preparato ad un dominio ed ad un’ icongrafia eurocentrica (fortunatamente?), ma la campagna prende piede su riviste, siti e con manifesti in mezzo mondo.
Forse gli 0100101110101101.org sono noti al grande pubblico con il terzo lavoro che hanno mostrato ai fortunati (e numerosissimi) intervenuti alla conferenza, Nikeplatz (2003). In questo intervento hanno installato un tecnologico infobox a Karslplatz a Vienna proponendo, anche tramite un sito web, un fittizio cambio di nome da Karlsplatz a Nikeplatz, suscitando varie forme di assenso e di protesta tra i cittadini viennesi, nonchè della stessa multinazionale Nike.
Come in ogni lavoro, gli 0100101110101101.org, hanno svelato l’inganno una volta raggiunto il climax della performance. Insomma il loro è una continua menzogna artistica, veicolo che utilizzano per proporre in maniera critica tematiche altrimenti taciute, utilizzando marchi ed icone proprie del nostro immaginario commercializzato, in cui le corporation sono le nuove forme di potere a cui gli artisti fanno riferimento.

In definitiva il loro intervento è stato molto consapevole, lucido e tagliente…solo per una piccola cosa sono rimasto un po’ spiazzato: credevo che le loro azioni fossero molto più a sfondo politico e meno “artistico” e distaccato, questa era l’idea che mi ero fatto io (visto il mio interesse al connubio politica-comunicazione), ma resta una mia personale lettura, daltronde gli stessi 0100101110101101.org non si propongono di decidere per gli altri, lasciano che sia il fruitore a farsi un opinione ed a interpretare i loro lavori…detto ciò, direi che hanno colpito nel segno.

- zane

Tuesday, 16 May, 2006

PIER LUIGI CERVELLATI / Città periferia sprawl

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Oggi 15 Maggio si è tenuta all’Accademia la conferenza di Pier Luigi Cervellati, terzo appuntamento del ciclo di conferenze di Guardalontano.
Pier Luigi Cervellati insegna recupero e Riqualificazione urbana e territoriale alla facoltà di Architettura a Venezia (IUAV) ed è Urbanista.
L’introduzione del relatore, che è stato un breve ripercorrere il modificarsi della struttura delle città nel corso dei secoli, ci ha posti di fronte alla domanda su quale tipo di città vorremmo abitare. Quello che è emerso è stato innanzitutto che non sappiamo dove viviamo e non ci rendiamo conto del fatto che la Città ci sta pian piano venendo sottratta da sotto gli occhi.
Non ci rendiamo conto che negli anni, dal dopoguerra ad oggi, i piccoli comuni sono stati inglobati dall’espandersi delle periferie dei centri maggiori, spostando il fulcro dell’attività e della presenza dell’uomo dal centro “storico” alla periferia.
Da questo conseguono lo svuotamento progressivo dei centri urbani e l’omologazione degli spazi abitativi e di incontro delle persone. Lo sprawl, questo espandersi a macchia della periferia, sta pian piano diventando il nostro scenario quotidiano, apparentemente confortevole, ma senza identità. Un non luogo che secondo il relatore non ispira alcun senso di appartenenza.

Pier Luigi Cevellati ha un incubo “terribile”: quello di svegliarsi in una periferia o, peggio in una “villettopoli” qualunque senza sapere dove sia.
L’invito che scaturisce dal suo intervento è quello di tentare, per quanto ci è possibile, di riappropriarci delle città, di tornare ad abitare e vivere le città, che sono l’unica opera d’arte che ha bisogno della presenza fisica dell’uomo per conservarsi e non restare solamente un cimelio della memoria.

Il dibattito che è nato da queste considerazioni si protrarrà a lungo ed è proprio questo che ci rende fieri del nostro lavoro…in qualunque posto viviate, la cosa più importante è non perdere il gusto del confronto.

- wally

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