Hunger, Steve McQueen 2008_03

Irlanda del Nord, 1981. Il Primo Ministro Margaret Thatcher ha abolito lo statuto speciale di prigioniero politico e considera ogni carcerato paramilitare della resistenza irlandese alla stregua di un criminale comune.

Il film ricostruisce il trattamento riservato ai prigionieri politici appartenenti all’IRA, descrivendo in pieno tutte le torture che un gruppo di prigionieri subì durante il periodo di reclusione.

I detenuti, tutti giovanissimi, capeggiati dal protagonista Bobby Sands, per attirare l’attenzione del governo su un problema ignorato, quello della violenza in carcere, decidono di attuare tre scioperi, uno di seguito all’altro.

Il primo fu quello dello sporco; rifiutarono di lavarsi e con gli escrementi e il cibo crearono “pittogrammi” lungo tutte le pareti.

Il secondo fu quello delle lenzuola; rifiutarono di indossare l’uniforme carceraria buttando tutto per aria.

Il terzo fu quello decisivo; lo sciopero della fame. Uno a uno si consumarono fino alla morte.

Steve McQueen mette in luce il conflitto tra il governo e i detenuti.

Da un lato i primi cercano di comprare il nemico con comodità quotidiane, quali, un letto o una camera più grande, dall’altro i secondi, combattono per un cambiamento sentito anche al costo della vita.

La descrizione minuziosa e temporale della sofferenza mostra come una grande forza di volontà abbia permesso di portare un cambiamento sostanziale nelle carceri inglesi.

Il regista lascia la parola alle immagini, lasciando il concetto principale di tutto il film, a un solo e unico confronto verbale tra il detenuto e il suo confessore realizzato con un lungo piano sequenza, mantenendo sempre viva l’attenzione dello spettatore.

È come se passeggiassimo in mezzo agli eventi con distacco e interesse allo stesso tempo.

Lo spettatore non rimane indifferente alla violenza ma ne passa attraverso, rendendolo protagonista di un evento stesso.

Nel dialogo con il prete durante il lungo piano sequenza Fassbender, nei panni di Bobby Sans dice: “Io credo in qualcosa, e in tutta la sua semplicità, questa è la cosa più potente”.

Eleonora Dell’Anna