Hunger, Steve McQueen 2008_02

Maze, Irlanda del Nord a cavallo tra gli anni 70’ e 80’.
Ci troviamo in un carcere in cui i lividi sulle mani di un secondino acquistano significato non appena accostate ai corpi lesionati dei detenuti.
I muri delle celle imbrattati di escrementi ci permettono quasi di sentirne il tanfo, come se lo schermo non ci fosse.
Le percosse inflitte dai poliziotti in assetto da guerra, la guardia carceraria uccisa nella casa di riposo della madre inondando quest’ultima di sangue, il corridoio del carcere cosparso di urina; immagini raccapriccianti che ci coinvolgono al punto tale da fuoriuscire dalla nostra idea di inverosimile, dandoci l’illusione che si tratti di accadimenti in tempo reale di fronte ai nostri occhi e alla nostra impotenza.
Il dialogo di 17 minuti con la telecamera fissa accentua ulteriormente questa sensazione di assenza di uno schermo divisorio tra spettatore e attore.
Ed ecco che la nostra attenzione, già dapprima catturata dallo stesso, ora sprofonda nel corpo, con un Bobby Sands scheletrico, pieno di piaghe da decubito, indifeso, debole nel fisico ma non nello spirito il quale è temprato dalla determinazione.
Il corpo come strumento di protesta per ottenere l’attenzione del governo, come ultimo mezzo di riappropriazione della libertà, del diritto di scegliere se vivere o morire.
Una carne spogliata dai vestiti, dai muscoli, dalla forza e ridotta all’essenziale come le immagini che, sole, ci raccontano la tragica storia che un uomo ha condiviso con la propria nazione, con altri uomini.
Una sofferenza che passa di corpo in corpo per otto volte.
Hunger è tutto questo e perfino di più.

Giorgia Benvenuti.